giovedì 30 giugno 2022

Risposta alla lettera del Card. Kevin Farrell del 10 giugno 2022 alla Fraternità di Comunione e Liberazione

Nel contesto delineato dal Convegno teologico promosso dalla Pontificia Università Lateranense il 20 giugno 2022 e intitolato L'identità dei Movimenti e delle Nuove Comunità (se ne possono seguire su Youtube le conclusioni) e l'articolo di Piero Coda su Movimenti ecclesiali e nuove comunità del 27 giugno 2022, abbiamo ricevuto la lettera che di seguito pubblichiamo, indirizzata al Cardinal Kevin Farrell, Prefetto del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita e in copia a Davide Prosperi, Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione. Ai destinatari è stata inviata lo scorso 19 giugno. 

La lettera a cui questa si riferisce e a cui risponde, indirizzata dal Cardinale a Davide Prosperi il 10 giugno scorso, non sembra essere più disponibile sul sito di CL. La riproponiamo perciò in calce. 

Chi scrive, ci ha detto di aver preferito anonimizzare la sua lettera prima di inviarcela, da un lato per non dare in pasto alla rete le sue generalità, dall'altro per evitare una polarizzazione passionale, perché la questione di cui si tratta esige invece grandissima sobrietà. 

Speriamo a nostra volta che possa svilupparsi un vero dialogo, il cui presupposto inderogabile è il riconoscimento della libertà dell'interlocutore.

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Sua Eminenza, Card. Kevin Farrell

Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita

Palazzo San Calisto

00120 Città del Vaticano

 

19.6.2022

 

A Sua Eminenza il Card. Kevin Farrell, Prefetto Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita

Copia per conoscenza al Prof. Davide Prosperi, Presidente Fraternità di Comunione e Liberazione



Eminenza,

Le scrivo in seguito alla Sua lettera del 10.6.2022 al Prof. Davide Prosperi, Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, nella quale lo ha pregato di portarla a conoscenza dei membri della Fraternità. In particolare, mi riferisco a quanto in essa Lei scrive a proposito di “una dottrina della successione del Carisma” di cui afferma che “nell’ultimo decennio” sarebbe stata sostenuta “da chi era responsabile della conduzione”. Questa sarebbe una dottrina “gravemente contraria agli insegnamenti della Chiesa”. La dottrina in questione è censurata nella Sua lettera con queste parole: “I Moderatori e i Presidenti dei movimenti ecclesiali non ricevono per successione personale il Carisma del fondatore e non ne sono dunque, gli unici interpreti.”

Per la situazione in cui, dopo il Decreto da Lei emanato lo scorso 11.6.2021, la Fraternità e il Movimento tutto si trovano, mi sono posta la domanda su cosa sia il Carisma e come venga trasmesso. Del tutto naturalmente, mi sono rivolta agli scritti di Eugenio Corecco, che è stato un grande canonista e una persona molto significativa per la mia vita di fede. Quello che ho rinvenuto nei suoi scritti mi ha molto edificato, perché corrisponde perfettamente alla mia esperienza e chiarisce in profondità la presente situazione. Il reale significato di quello che ho letto in Corecco mi è apparso tuttavia in tutta la sua chiarezza solo dopo aver letto la Sua lettera al Prof. Prosperi.

Corecco ha dedicato molte energie a chiarire la situazione canonica dei Movimenti ecclesiali sorti soprattutto dopo il Concilio Vaticano II. Le sue riflessioni sono raccolte in particolare nei due volumi dal titolo Ius et Communio, editi da Graziano Borgonovo e Arturo Cattaneo nel 1997[1]. La Sezione IV si intitola Istituzione e Carisma ed è a questa che mi riferirò nella riflessione che Le sottopongo.

Un fatto fondamentale, di cui Eugenio Corecco – che era consultore per la revisione del Codice del 1983 – testimonia per esperienza diretta, è che il termine “Carisma” è stato espunto dal testo definitivo, poi promulgato. Le ragioni e gli esiti di questa formulazione del diritto della Chiesa sono identificate da Eugenio Corecco come segue:

“Cedendo all’obiezione ricorrente, secondo cui il Carisma non sarebbe apprezzabile dal profilo giuridico, il CIC si è sottratto all’incombenza di penetrare fino al cuore della struttura costituzionale della Chiesa affrontando il problema del Carisma. In effetti il fedele non è costituito solo dalla sua struttura sacramentale battesimale, grazie alla quale è investito del sacerdozio comune e del «sensus fidei», ma anche dalla possibilità di diventare soggetto titolare di un Carisma. Senza questa potenziale dimensione carismatica il fedele (e di conseguenza tutto il Popolo di Dio) rimane gravemente mortificato nella sua identità ecclesiale e giuridica.”

Il Concilio Vaticano II aveva disegnato uno spazio in cui si esercitasse la responsabilità anche giuridica dei fedeli nei confronti della propria appartenenza alla Chiesa. Ebbene, proprio questo nel Codice del 1983 venne smussato con espressioni che, secondo Eugenio Corecco, a volte sono anche molto lontane dall’intenzione dei Padri conciliari:

“Il Vaticano II, non esita a riconoscere tra i diritti principali dei fedeli, quello di esercitare i loro Carismi (AA 3, 4). Non mancano evidentemente nel CIC accenni alla presenza dello Spirito Santo nella Chiesa. Così, nel can. 879 a proposito del sacramento della confermazione; nel can. 369 come forza aggregante della Chiesa particolare; nel can. 375 § 1 come elemento costitutivo della successione apostolica, o nel can. 747 § 1 in relazione con l’assistenza al magistero della Chiesa. Un chiaro riferimento ai ‘doni dello Spirito Santo’ appare nella normativa sugli Istituti di Vita Consacrata (can. 573-746), ma bisogna tener conto del fatto che questa espressione (can. 605) assieme ad altre, come «donationes» (can. 577), oppure «patrimonium instituti» (can. 631 § 1), con ogni evidenza ritenute dal legislatore più anodine se non addirittura totalmente diverse, sono state di proposito scelte per sostituire il termine ‘Carisma’ inesorabilmente stralciato dal CIC[2].

Corecco parla di “imbarazzo” da parte del Legislatore, ma credo sia possibile che gli estensori del Codice abbiano scelto di non menzionare il Carisma piuttosto per prudenza, perché la riflessione teologica sulla natura di questi doni dello Spirito, che così improvvisamente avevano investito la Chiesa, non era allora ancora matura. Oggi sappiamo che, per i malintesi in cui troviamo avviluppati, fu una prudenza senz’altro eccessiva. La prudenza riguarda l’accettazione di una dottrina che invece il Concilio Vaticano II ha insegnato con chiarezza. Corecco scriveva:

“il Vaticano II, come abbiamo già avuto modo di ricordare, non esita a riconoscere fra i diritti principali dei fedeli quello di esercitare i Carismi (AA 3, 4). Nel CIC, invece, pur non mancando accenni allo Spirito Santo nella Chiesa[3], è stato inopinatamente stralciato il termine ‘Carisma’, che appariva ancora ben sette volte nello Schema Preparatorio del 1982. In quello Schema, tuttavia, i Carismi erano riservati esclusivamente ai membri degli Istituti di Vita Consacrata, contrariamente al Concilio Vaticano II, dove i Carismi sono sempre attribuiti a tutti i fedeli in quanto tali. L’imbarazzo del legislatore ecclesiastico di fronte alla realtà del Carisma è perciò doppiamente evidente[4].”

Dunque, nel Codice ciò che oggi è in discussione, la trasmissione legittima di un “Carisma”, non è stata regolamentata e perciò una “dottrina gravemente contraria agli insegnamenti della Chiesa” in riferimento alla legittimità della sua trasmissione non può riferirsi al diritto che la Chiesa ha adottato nel 1983.

Ma molto più significative, a mio sommesso avviso, sono le ragioni da cui Eugenio Corecco si è fatto guidare per giungere a queste conclusioni. Si tratta della natura della Chiesa, che la secolarizzazione ha costretto a ripensare dal punto di vista teologico. Le ragioni dell’opposizione fra “Carisma” e “Istituzione” sono infatti di natura storica. Le contraddizioni che le hanno dato origine sono sempre derivate da un’Istituzione non all’altezza del suo compito, e non invece dal Carisma, che per la sua stessa natura “unisce e non divide”. L’analisi di Corecco è significativa:

“Nella sua conferenza di giovedì mattina Mons. Lucas Moreira Neves[5], ha fatto a questo proposito un’osservazione molto interessante, quando ha affermato che la storia della Chiesa è stata segnata dalla costante tensione esistente tra i chierici e i laici. In realtà il Carisma, per sua natura e vocazione, non genera nella Chiesa contraddizioni o antinomie. Le rotture, infatti, sono avvenute tra chierici e laici, cioè tra i due poli dell’Istituzione. Se l’antinomia è apparsa e, in quanto tale, è stata messa a tema prevalentemente come contrapposizione tra Carisma e Istituzione, è perché il presupposto tacitamente sotteso, e non sufficientemente verificato, era che il Carisma si manifestasse solo, o quasi esclusivamente, tra i fedeli, intesi non tanto nel senso teologico dato loro dal Vaticano II, quanto nel senso sociologico di elemento “base” della Chiesa. In realtà la Riforma protestante, in cui sono sfociate le istanze dei movimenti spiritualistici della Chiesa antica e del Medioevo, ha contrapposto il sacerdozio comune dei laici al sacerdozio ministeriale, credendo di contrapporre il Carisma all’Istituzione. Ha contrapposto, fino a provocarne la rottura, un polo dell’Istituzione all’altro: quello del laicato sottovalutato soprattutto nel Medioevo – che è stata un’epoca di forte clericalizzazione della Chiesa – e quello, da sempre egemone, della gerarchia. Da questo punto di vista il Concilio Vaticano II, ribadendo che il Carisma è dato ai “fedeli di ogni ordine” dallo Spirito Santo[6], e perciò ai chierici, religiosi e laici, è stato estremamente liberante. Ciò significa che il Carisma, come insegna la storia della Chiesa, può contestare o provocare l’Istituzione, sia quando è dato, come dono dello Spirito Santo, al sacerdozio ministeriale, come nel Papa attuale [Corecco intende il papa allora regnante, san Giovanni Paolo II], sia quando è fatto emergere nel sacerdozio comune. Il Carisma è sempre dato all’interno della costituzione della Chiesa, nella sua bipolarità di sacerdozio comune e ministeriale. Il problema strutturale della Chiesa non è perciò quello di idealizzare l’unità tra il Carisma e l’Istituzione, ma l’unità tra il sacerdozio comune e quello ministeriale. La prova di questo fatto è la presenza nella Chiesa dello «status perfectionis», cioè dei Consigli evangelici, che in quanto rappresenta una delle forme di espressione dell’elemento carismatico, per altro sempre presente nella Chiesa, non ha origine né nel sacerdozio comune, né in quello ministeriale, intesi alternativamente, ma nell’uno e nell’altro.”

Corecco sottolinea che il sacerdozio ministeriale dei chierici e quello comune dei laici hanno origine nell’unico sacerdozio di Cristo:

 “Che il sacerdozio comune di tutti i fedeli non consista in una partecipazione al sacerdozio ministeriale in quanto tale, ma in una diretta partecipazione al sacerdozio di Cristo, è evidenziato dal fatto che il sacramento dell’ordine può essere conferito solo dopo la ricezione del battesimo[7], dichiarato dal Vaticano II «ianua» degli altri sacramenti[8].”

Quest’ultimo punto è stato sempre carissimo a don Giussani, che ci ha insegnato come tutta la vita sia un’offerta, e particolarmente il lavoro, perché tutta la vita è lavoro, a imitazione di Gesù, che di sé disse: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero.” (Gv 5,17). Il sacerdozio che deriva dal battesimo rende tutta la vita un’offerta, fatta insieme a quella di Cristo. Don Giussani non ha mai però, per quel che mi ricordo, citato il versetto successivo, che dice: “Proprio per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.”. L’offerta è intesa fino all’effusione del sangue: riguarda davvero tutta la vita.

La natura della Chiesa non la esenta da un dramma storico, come presentemente sperimentiamo, ma occorre identificare con chiarezza di cosa si tratta. Corecco afferma:

“Anche la dimensione carismatica appartiene alla costituzione o alla essenza della Chiesa, ma, in quanto tale, è diversa e si distingue dall’Istituzione. Per cui è esatto affermare, come fanno alcuni teologi[9] che, oltre alla Parola e al Sacramento, anche il Carisma è un elemento costitutivo della Chiesa. Mentre però i primi per la loro reciprocità strutturale convergono nel sacramento, in cui la Parola si concretizza[10], per generare la struttura istituzionale, il Carisma per sua natura presuppone l’esistenza dell’Istituzione.”

Che il Carisma presupponga l’esistenza dell’Istituzione, e in che modo contribuisca alla natura della Chiesa è uno dei punti più profondi della riflessione di Corecco:

“Il Carisma, concesso sempre a tutti e due i poli dell’Istituzione (il sacerdozio comune e quello ministeriale), ha il compito di provocare l’Istituzione verso una purezza più grande di valori e di relativizzarla nella sua eventuale pretesa di erigersi a guida autonomamente esclusiva della Chiesa rispetto all’intervento dello Spirito Santo.”

La profondità di questa concezione è resa palese dal fatto che connette direttamente l’ecclesiologia alla teologia trinitaria. Corecco scrive:

“Lo stesso Cristo è definito “Carisma”, cioè dono inviato dallo Spirito di Dio, così come la vocazione gratuita alla fede data indistintamente a tutti i cristiani.”

E più oltre:

“Se è vero che Cristo è l’epifania totale nella storia dello Spirito di Dio, per cui non è possibile contrapporre lo Spirito Santo a Cristo – supreme espressioni della nozione stessa di unità –, è altrettanto vero che se non si distinguono le diverse operazioni dell’una e dell’altra Persona si mette a repentaglio la nozione stessa di Trinità. Per superare la tensione emersa storicamente dal rapporto bipolare tra Carisma e Istituzione, teorizzato come antinomia solo da Lutero con il binomio luterano ‘Legge e Vangelo’ (sfociato nella dottrina delle due Chiese, visibile e invisibile) e radicalizzato ulteriormente dal manifesto antigiuridico di Rudolf Sohm[11] sull’esistenza di una contraddittorietà assoluta tra il diritto e la Chiesa, non è necessario attribuire alla Chiesa una struttura fondamentale solo carismatica, in cui le diversificazioni a livello istituzionale assumerebbero carattere quantitativo e non qualitativo. È necessario per contro rivedere il significato ecclesiologico del termine Istituzione.”

L’Istituzione nella Chiesa è identificata da Corecco con il sacerdozio, che non è però ridotto a quello solo dei chierici, perché anche i laici partecipano al sacerdozio di Cristo, e ad entrambi questi “stati” lo Spirito dona i suoi Carismi:

“L’Istituzione – cioè il sacerdozio comune e quello ministeriale – ha bisogno del Carisma per realizzare l’equilibrio all’interno della propria bipolarità.”

Lo Spirito aiuta precisamente ad affrontare e a superare, grazie ai Carismi, una contrapposizione intessuta nella storia della Chiesa, una contrapposizione di poteri – laicali o clericali di volta in volta predominanti – all’interno dell’Istituzione stessa:

“Il problema strutturale della Chiesa non è perciò quello di realizzare l’unità tra il Carisma e l’Istituzione, scavalcando la funzione costitutiva del Sacramento e della Parola per eventualmente derivare l’Istituzione in modo diretto dal Carisma, come fanno alcuni; bensì realizzare l’unità tra il sacerdozio comune e quello ministeriale. […] Richiamando l’Istituzione alla priorità assoluta dello Spirito relativizzante il suo potere affinché non diventi autarchicamente assoluto, il Carisma la vivifica, aiutandola a superare lo scoglio della competitività propria ad ogni forma di potere, che nella Chiesa si è sempre tradotto in preminenza della gerarchia sui laici o talvolta dei laici sulla gerarchia.

I due poli del potere ecclesiastico, i due “stati”, non sono da contrapporre in quanto tali, perché ciascuno dei due è in rapporto all’altro:

“Ogni stato ha perciò una sua priorità nella costituzione della Chiesa, che risulta così retta da un rapporto non solo bipolare come quello esistente tra chierici e laici all’interno dell’Istituzione, ma circolare: Quella del sacerdozio comune o dei laici ha come compito di ‘ricapitolare’ tutto in Cristo, vivendo l’esistenza come partecipazione e inserimento al sacerdozio soggettivo di Cristo. Il fedele ha come compito di realizzare attraverso il proprio sacerdozio, il mandato culturale dato da Dio all’uomo agli albori della Creazione: prendere possesso del mondo. Il sacerdozio ministeriale ha come priorità quella di garantire l’unità tra i cristiani, santificandoli attraverso la Parola e il Sacramento, cioè quello di esercitare il sacerdozio oggettivo o l’autorità e di garantire dal di dentro l’esistenza e sopravvivenza della Chiesa (LG 23, 1: ‘principio e fondamento dell’unità della Chiesa particolare’).”

Il Carisma ricorda all’Istituzione qual è il suo compito, il suo senso, la sua ragion d’essere:

“In quanto espressione privilegiata della presenza e dell’attività dello Spirito Santo, il Carisma ha come funzione quella di provocare l’Istituzione ad una autenticità e ad una vitalità che le permettano di essere realmente sostegno ed espressione del ministero della Chiesa.”

I Carismi non sono il problema, ma la soluzione della contrapposizione dovuta a un esercizio del potere necessariamente inerente ai rapporti umani, i rapporti fra noi che siamo ancora per via. Come si esprime Corecco:

“Richiamando alla dimensione escatologica dell’esistenza della Chiesa, il carisma sostiene l’istituzione nella ricerca della propria unità, minacciata costantemente dalla sempre latente antinomia, propria ad ogni forma di potere, che nella Chiesa si è tradotta in preminenza della gerarchia sui laici o dei laici sulla gerarchia.”

Concludo qui l’esposizione degli argomenti di Corecco, interrogandomi ora sulla scelta di non inserire la parola “carisma” nel testo poi promulgato del Codice di Diritto canonico del 1983. Più sopra ho ricordato che per Corecco si è trattato di un “imbarazzo”, mentre io propendo a leggervi la prudenza, molto probabilmente eccessiva, per cui una teologia ancora immatura non riusciva ad accogliere l’insegnamento del Concilio Vaticano II a riguardo dei carismi. Ho la profonda convinzione che negli ultimi trent’anni la riflessione teologica sul Dio trinitario, in particolare quella di Hans Urs von Balthasar, ha permesso che venisse messo in luce come una delle opere fondamentali dello Spirito sia unire le Persone. Lo Spirito unisce le Persone nella Trinità stessa, ma anche gli uomini fra di loro e gli uomini con Dio. Che Gesù non si rivolga a Dio, ma direttamente al Padre, fa sì che tutti quelli che sono in Cristo siano posti nella sua stessa relazione. E questo è opera dello Spirito. Partecipare a un Carisma permette – questo è un dato chiarissimo nella mia esperienza personale – che un legame ben più forte di quello della carne e del sangue leghi fra loro le persone.

In fondo con questa lettera volevo testimoniarLe solo questo: il Carisma è ciò che lega fra loro in Cristo le persone, creando un legame sociale che nessun altro tipo di legame – e meno che mai il diritto positivo, foss’anche quello canonico – potrà mai eguagliare. Anzi, questo legame nuovo redime tanto il legame carnale quanto quello giuridico, entrambi segnati necessariamente dal peccato. È proprio questa la “nuova creatura” di cui parla Paolo (2 Cor. 5, 14-17), come ci ha insegnato Giussani: il Carisma non è altro dal battesimo “sostanzialmente aderito”[12]. Credo che sia perciò oggi possibile accogliere nella sua integralità la dottrina che il Concilio Vaticano II ha formulato. Anzi, forse la vicenda che, contro la nostra volontà ci è toccata, servirà proprio a mettere in evidenza e far acquisire alla coscienza di tutta la Chiesa la dottrina conciliare sui carismi.

Per chirire poi ciò a cui si riferisce il giudizio da Lei espresso nella lettera del 10.6.2022: l’unica dottrina sulla trasmissione del Carisma che io abbia sentito sostenere, sia da parte di Julian Carrón che dai responsabili a cui mi riferisco, è stata quella della necessità per ciascuno di essere leale con la propria esperienza di fede, libero e deciso nell’aderirvi e nel riconoscere chi è altrettanto libero. Il suggerimento costante è stato quello di riferirsi agli scritti di don Luigi Giussani, che ci ha detto:

“Io posso essere dissolto, ma i testi lasciati e il seguito ininterrotto, se Dio vorrà, delle persone indicate come punto di riferimento, come interpretazione vera di quello che in me è successo, diventano lo strumento per la correzione e per la risuscitazione; diventano lo strumento per la moralità. La linea dei riferimenti indicati è la cosa più viva del presente, perché un testo può essere interpretato anch’esso; è difficile interpretarlo male, ma può essere interpretato così; dare la vita per l’opera di un Altro implica sempre un nesso tra la parola “Altro” e qualcosa di storico, concreto, tangibile, sensibile, descrivibile, fotografabile, con nome e cognome. Senza questo si impone il nostro orgoglio, questo sì effimero, ma effimero nel senso peggiore del termine. Parlare di Carisma senza storicità non è dire un Carisma cattolico.”[13]

Julián Carrón poi ci ha scritto:

“In questo momento così delicato della vita del movimento, ho deciso di presentare le mie dimissioni da Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, per favorire che il cambiamento della guida a cui siamo chiamati dal Santo Padre – attraverso il Decreto sull’esercizio del governo all’interno dei movimenti – si svolga con la libertà che tale processo richiede. Questo porterà ciascuno ad assumersi in prima persona la responsabilità del Carisma.”[14]

Non ho idea di quali siano le evidenze sui cui Lei basi il giudizio sugli ultimi dieci anni di vita del Movimento, quale è espresso nella Sua lettera al Prof. Prosperi. Credo però che questo sia da un lato molto distante dalla realtà, dall’altro che, se qualcuno davvero coltivasse l’idea che Lei condanna, questa non sarebbe affatto adeguata all’esigenza che il Decreto dello scorso 11.6.2021 esprime, quella cioè di un’assunzione personale e responsabile del Carisma da parte di tutti i membri della Fraternità di Comunione e Liberazione. Una trasmissione meccanica, per successione quasi monarchica, non ha poi nulla a che fare con la libertà cui don Giussani ci ha sempre educato. Il nostro nome stesso, Comunione e Liberazione, esprime il fatto che solo nella comunione un cammino di libertà è possibile. E la comunione è quella cui ci ha introdotto l’incontro sia con don Giussani che con persone che lo avevano a loro volta incontrato, quella stessa di cui vive la Chiesa, quella stessa che Cristo vive con il Padre e lo Spirito Santo: a prezzo del suo sangue e per sua scelta, la rende storicamente vivibile anche a ciascuno di noi, se la accogliamo. È una responsabilità grandissima, non un privilegio. 

La modalità elettiva, che il Santo Padre ci richiede oggi di adottare, non mette dunque in questione nessuna di queste indicazioni. Mi risulta tuttavia che negli ultimi mesi, dopo la pubblicazione del Decreto dell’11.6.2021 e le dimissioni di Julián Carrón nel novembre dello stesso anno, né i Moderatori né il Presidente della Fraternità siano stati designati in questo modo. Il Codice di diritto canonico garantisce già oggi alle Associazioni liberamente costituite di scegliere liberamente i proprio Moderatori e il proprio Presidente (cfr. Can. 299; Can. 324). Tali Associazioni sono poi sottoposte alla vigilanza della Gerarchia, perché “in esse sia conservata l'integrità della fede e dei costumi” e “non si insinuino abusi nella disciplina ecclesiastica” (Can. 305). Che il carisma sia coessenziale alla Chiesa non può perciò significare che la libertà dei fedeli venga ridotta all’obbedienza alla Gerarchia.

Eminenza, mi premeva portare alla Sua attenzione la reale concezione di Carisma che condivido con tutti quelli con cui il Signore mi ha fatto entrare in rapporto nel grande spazio libero che è il Movimento di Comunione e Liberazione. Proprio questa concezione è stata mirabilmente espressa da Eugenio Corecco. La prego perciò di prendere la riflessione canonica di Corecco in seria considerazione e di farne l’interlocutore privilegiato della Sua azione legislativa nei nostri confronti.

Mi permetta infine di esprimere la stima che ho per il compito che Le è stato affidato dal Santo Padre. Le assicuro che prenderò estremamente sul serio le indicazioni che il Dicastero da Lei diretto emanerà. 

Pregandola di pregare per me e per tutto il Movimento, resto a Sua completa disposizione,

 

 Lettera firmata




[2] Eugenio Corecco, cit., nota 6: “Cfr. i can. 580, 590 § 3, 631 § 1, 708, 716 § 1, 717 § 3, 722 §§ 1-2.”

[3] Eugenio Corecco, cit., nota 35: “Così, ad esempio, nel c. 879 a proposito del sacramento della confermazione; nel c. 369 come forza aggregante della Chiesa particolare; nel c. 375 § 1 come elemento costitutivo della successione apostolica, o nel c. 747 § 1 in relazione con l’assistenza al magistero della Chiesa. Un chiaro riferimento ai ‘doni dello Spirito Santo’ appare nella normativa sugli Istituti di Vita Consacrata (cc. 573-746), ma bisogna tener conto del fatto che questa espressione (c. 605) assieme ad altre, come donationes (c. 577), oppure patrimonium instituti (c. 631 § 1), con ogni evidenza ritenute dal legislatore più anodine se non addirittura totalmente diverse, sono state di proposito scelte per sostituire il termine ‘Carisma’. Tuttavia, proprio in forza di questi ripetuti accenni all’azione dello Spirito Santo, è possibile concludere che l’infelice soppressione drastica del termine ‘Carisma’ non è riuscita a cancellare completamente il ‘principio carismatico’ dal sistema canonico (cfr. G. Chantraine, La Chiesa come comunicazione e movimento, in: I laici e la missione della Chiesa, pp. 27-46 e soprattutto 32-37”

[4] Eugenio Corecco, cit., nota 36: “Attenua questo giudizio negativo sull’espunzione del termine Carisma dall’ordinamento canonico il fatto che il CIC, contrariamente ai progetti preparatori fino al 1980, ha riconosciuto agli Istituti di Vita Consacrata carattere costituzionale e non semplicemente associativo. Il CIC, nella scia del Vaticano II, senza voler risolvere l’annosa quaestio disputata circa l’origine di consigli evangelici nello ius divinum, che rappresentano comunque una forma istituzionalizzata del Carisma, ne ha voluto rafforzare lo spessore ecclesiologico-costituzionale, non solo dichiarandoli appartenenti alla “vita e alla santità della Chiesa” (c. 207 § 2), ma sottolineando chiaramente che essi sono un “dono divino che la Chiesa ha ricevuto dal Signore” (c. 575)”

[5] Eugenio Corecco, cit., nota 21. Nella versione cartacea del testo, p. 165.

[6] Eugenio Corecco, cit., nota 22. “Lumen Gentium, 12,1.”

[7] Eugenio Corecco, cit., nota 1: “Cfr. E. Corecco, Sinodalità: in Nuovo Dizionario di Teologia, a cura di G. Barbaglio e S. Dianich, Roma 1977, 1489 ss.”

[8] Eugenio Corecco, cit., nota 2. “Lumen Gentium, 14,1.”

[9] Eugenio Corecco, cit., nota 19 e nota 8 qui citata: “A proposito di questo principio si rinvia al paragrafo ‘La nozione di communio’ del saggio: Considerazioni sul problema dei diritti fondamentali 1222- 1225.”; nota 8: “Per uno studio approfondito di tale rinnovamento rinvio al mio saggio: Theologie des Kirchenrechts, Trier 1980. Le tappe principali dello sviluppo dottrinale che ha portato la canonistica a questo rinnovamento sono sintetizzate nella relazione finale del IV Congresso Internazionale di Diritto Canonico: E. Corecco, Considerazioni sul problema dei diritti fondamentali del cristiano nella Chiesa e nella Società. Aspetti metodologici della questione, in: I Diritti Fondamentali del Cristiano nella Chiesa e nella Società. Atti del IV Congresso Internazionale di Diritto Canonico, Friburgo (Svizzera) 6-11 ottobre 1980. A cura di E. Corecco, N. Herzog, A. Scola, Fribourg-Freiburg-Milano 1981, 1207-1234 soprattutto 1210-1213.”

[10] Eugenio Corecco, cit., nota 20: “Per un’analisi approfondita di questa diversità vedi: E. Corecco, Prospettive per la “Lex Ecclesiae Fundamentalis” e la revisione del Diritto Canonico nel documento di Puebla, in: DirEccl 1 (1980) 3-23.”

[11] Eugenio Corecco, cit., nota 3 “R. Sohm, Das Kirchenrecht steht mit dem Wesen der Kirche in Widerspruch, in Kirchenrecht, I, Leipzig, 1892, 1 e 700”

[12] Luigi Giussani, Il potere del laico, cioè del cristiano, intervista di Angelo Scola, in: 30 Giorni (agosto-settembre 1987) p. 45

[13] Luigi Giussani, Il sacrificio più grande è dare la propria vita per l’opera di un Altro, in: Litterae Communionis-Tracce, aprile 2005, pp. 6-7

[14] Julián Carrón, Lettera alla Fraternità del 15.11.2021

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venerdì 23 ottobre 2020

Armenia, preghiera per un piccolo grande popolo

 grazie a Maurizio per la segnalazione.

«La lunga sofferenza della piccola-grande Armenia»

Corriere della Sera 15 Ottobre 2020

La piccola-grande Armenia sta ancora soffrendo. Piccola per il territorio, grande per storia, cultura, fede, martirio. È uno stato ridimensionato, schiacciato dagli interessi turchi che alimentano le rivendicazioni degli Azeri nel Nagorno-Karabakh. All’inizio del secolo passato il popolo armeno ha sofferto a causa di un tremendo progetto turco che mirava al suo annientamento totale. Fu un genocidio, consumato dall’Impero ottomano, costato 1,5 milioni di morti e centinaia di migliaia di profughi, attraverso sofferenze indicibili documentate ormai anche dagli storici e dalla grande letteratura. Penso fra tutti ai «40 giorni del Mussa Dagh» di Franz Werfel e a «La masseria delle allodole» di Antonia Arslan. La Turchia, erede di quell’Impero, non ha mai riconosciuto quei delitti e solo di recente si sono levate da parte di alcuni Paesi occidentali voci di vicinanza. In questi giorni sono in corso trattative che speriamo possano portare al riaffermarsi della pace. Qualcosa l’Europa e l’Occidente hanno detto. Ma troppo debole è il loro grido. L’Europa, in questi ultimi decenni, ha concepito se stessa prevalentemente in termini di denaro e di mercato, marginalizzando la grandezza della propria storia, fede e cultura. Non è in grado di esprimersi a una voce sola a causa di interessi ed equilibri che diventano così il criterio prevalente del proprio sguardo sul mondo. A breve andare questa miopia andrà a discapito di un rafforzamento dei vincoli tra i popoli dell’Europa stessa. Come cittadino italiano e vescovo della Chiesa cattolica desidero invitare tutti a riflessione e preghiera in difesa di un popolo fratello che rappresenta per tutti noi un esempio di resistenza al sopruso della forza attraverso la consapevolezza della propria cultura e della propria tradizione.

 Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia






mercoledì 12 agosto 2020

Meeting per l'amicizia fra i popoli - 2020 Special edition a Bellinzona

Parrocchia cattolica Cristo redentore dell’uomo 
 Via Trezzini 13 – 6500 Bellinzona



A causa della pandemia di Covid-19, gli organizzatori devono poter tracciare le presenze. 
Per assicurarsi un biglietto d'ingresso gratuito occorre cliccare l'evento e prenotare lasciando il proprio recapito e-mail. 

 

martedì 18 agosto 2020

“Il sogno di un uomo ridicolo” di Fëdor Dostoevskij

alle 22:00

 

mercoledì 19 agosto 2020

Joseph Weiler "Privi di meraviglia restiamo sordi al sublime"

alle 19:00

Pizza, musica e visita delle mostre del Meeting

alle 20:30

Una stagione da ricordare: i cantautori italiani 

Omaggio agli 80 anni di Francesco Guccini

alle 22:00

 

giovedì 20 agosto 2020

Mostre, mostre, mostre

alle 19:30

Julian Carron "Da dove nasce la speranza"

alle 21:00

Ludwig van Beethoven - Concerto per pianoforte “La tempesta” e “Gli addii”

alle 22:00

 

venerdì 21 agosto 2020

Essere viventi. I virus nella storia della vita sulla terra

alle 19:30

Scott F. Gilbert "La meraviglia dell’interdipendenza"

alle 21:00

 

sabato 22 agosto 2020

Webinar sulla mostra "Essere viventi" con il Prof. Mauro Ceroni

alle 18:00

Tra possibile e impossibile: il fascino della fantascienza

alle 20:30

Enjoy the Meeting - concerto e festa

alle 22:00

 

domenica 23 agosto 2020

Santa Messa della domenica nella Chiesa di Cristo redentore dell’uomo

alle 10:30

Sperare quando tutto sembra impossibile. Testimonianze dal mondo

alle 19:00





 

lunedì 17 febbraio 2020

Concerto con gli Uffici della Setimana - a Melide l'8 marzo alle 17:00

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

CONCERTO A MELIDE - 8 MARZO 2020 - ore 17:00
GLI UFFICI VESPERTINI E ALTRI UFFICI DELLA SETTIMANA SANTA NELLA BASILICA DEL SANTO SEPOLCRO A GERUSALEMME
Nella Chiesa parrocchiale il concerto 
"Hic Mors et Vita Conflixere" in occasione della Quaresima 2020



Melide, domenica 8 marzo 2020, Chiesa parrocchiale, ore 17:00  -  In occasione della Quaresima 2020, Melide accoglie il concerto "Hic Mors et Vita conflixere" -  un estratto degli Uffici Vespertini e altri Uffici della Settimana Santa nella Basilica del Santo Sepolcro, Gerusalemme. Lo eseguirà il Coro San Bartolomeo (Brugherio, MI, I) diretto dal M° Raffaele Deluca, che nel 2018 ha partecipato alle liturgie dela Settimana Santa con il Coro della Custodia di Terra Santa, e nel 2019 si è esibito nella basilica inferiore di San Francesco in Assisi (I) con lo stesso programma.
Fin dai primi secoli della Cristianità, il Santo Sepolcro ha avuto una liturgia propria, soprattutto nei giorni della Passione, Morte e Risurrezione di Gesù Cristo, Signore nostro. In  occasione della riforma liturgica per la Settimana Santa, messa in opera da Papa Pio XII, il liturgista della Custodia di Terra Santa, P. Enrique Bermejo, ofm, dopo un lungo e minuzioso lavoro di ricerca, ha proposto   una liturgia rinnovata basata sui riti che nei primi secoli erano praticati negli "ipsissimi loci", nella stessa Basilica del Santo Sepolcro. E' stato sostenuto a livello musicale da P. Armando Pierucci, ofm, organista del Santo Sepolcro dal 1988 al 2014, e anche fondatore dell'Istituto di Musica Magnificat, Gerusalemme. Il loro lavoro ha considerato anche la secolare presenza al Santo Sepolcro di Comunità Cristiane, Ortodosse e Cattoliche, e l'esigenza di celebrazioni cui tutta l'Assemblea possa partecipare consapevolmente e attivamente. Così sono stati impostati e proposti l'insieme delle letture, dei canti e dei simboli, con cui, nei pomeriggi del Mercoledì Santo, Giovedì Santo e Venerdi Santo, e nella Notte del Sabato Santo, vengono oggi ricordati e rivissuti gli eventi pasquali nello stesso Luogo e nelle stesse ore del loro accadimento.  Di queste liturgie il concerto "Hic Mors et Vita Conflixere" - nominato secondo il grande inno pasquale della liturgia latina -  ci propone un estratto. Trattasi di un vero percorso spirituale attraverso i giorni della Settimana Santa. Le grandi melodie della tradizione gregoriana inquadrano armoniosamente composizioni nuove polifoniche, profondamente ispirate, mentre l'Assemblea è sempre di nuovo invitata ad entrare in comunione con la Chiesa celeste, partecipando nella liturgia al canto di lode perpetuo angelico.
Queste proposte che la liturgia di Gerusalemme formula, ovvero una piena integrazione della tradizione secolare, senza rinunciare ad introdurre elementi contemporanei di alta qualità musicale e di profondo ancoraggio spirituale, in verità sono anche proposte alla Chiesa di oggi. La Fondazione Laus Plena, che sponsorizza il concerto, lavora su tali temi, oltre che operare per la salvaguardia di tradizioni musicali cristiane in pericolo di scomparire, in particolare quelle orientali, rimaste più vicine ai Padri della Chiesa. L'ingresso al concerto è libero. Le offerte che verranno raccolte saranno devolute a favore delle attività della Fondazione.


venerdì 25 ottobre 2019

Crisi e responsabilità

Dialoghi sulle origini della crisi contemporanea 
e sulla responsabilità di noi cristiani nel mondo di oggi 

Sotto la guida dei prof. Antonietta Moretti e Maurizio Balestra 

PARROCCHIA S LUCIA - MASSAGNO 

DOMENICA 17.30 – SALA SUD 

20 ottobre 2019: La testimonianza cristiana delle origini nel mondo pagano. 

 17 novembre 2019: Crollo dell’impero romano e ricostruzione dei monaci benedettini. 

 12 gennaio 2020: L’impatto religioso, culturale e sociale della riforma protestante. 

 9 febbraio 2020: L’illuminismo: valori staccati dalle radici di fede. 

 15 marzo 2020: Le grandi crisi del XX secolo.

La Rete delle Libertà: 6 conferenze, non comizi, di Sergio Morisoli

Care e cari amici, spero stiate bene.

Su suggerimento e insistenza di amici tra i quali anche qualcuno di voi, sono felice di presentarvi qui allegato il programma definitivo di un ciclo di 6 conferenze che saranno tenute da me.
Tranquilli, non abbiate paura: non sono comizi politici, e non c'è nessun intento di arruolamento partitico.
Sono incontri aperti a tutti e  a tutte coloro che vogliono capire un po' di più la realtà che ci circonda e le forze che la muovono.
Ognuno è quello che è, e ognuno rappresenta la realtà a partire dalla sua esperienza. Nel mio caso ci troverete dentro 25 anni di politica attiva e oltre 30 anni di approfondimenti e di studio continuo dell'economia. Lunghissimi anni di lavoro che mi permettono di analizzare e esprimere giudizi che toccano il campo della politica, dell'economia, della sociologia e anche della morale.

In attesa di potervi incontrare vi saluto cordialmente.

Un caro saluto Sergio

martedì 24 aprile 2018

Emmanuel Macron ai vescovi di Francia: ridiamo un'anima alla politica, alla Francia, all'Europa


Rispondendo all'auspicio del Cardinal Parolin a Davos, https://youtu.be/iF1rWoSglEM
Emmanuel Macron è intervenuto davanti alla conferneza episcopale francese. IL testo è stato pubblicato in italiano nel blog Breviarium.

Signor Ministro di Stato,

Signore Ministre,

Signore e Signori Parlamentari,

Signor Nunzio,

Signore e Signori ambasciatori,

Signore e Signori rappresentanti dei culti,

Monsignore,

Signore e Signori,

La ringrazio vivamente, Monsignore, e ringrazio la Conferenza dei Vescovi di Francia per l’invito ad esprimermi qui stasera, in questo luogo tanto particolare e bello che è il Collège des Bernardins, del quale voglio pure ringraziare i responsabili e i collaboratori.

Per ritrovarci qui stasera, Monsignore, abbiamo senza dubbio sfidato gli scettici di entrambi i versanti. E se l’abbiamo fatto, è senza dubbio perché condividiamo confusamente il sentimento che il legame tra la Chiesa e lo Stato si è deteriorato, e che a lei come a me interessa ripararlo.

Per questo, non c’è altro mezzo oltre a quello di un dialogo in verità.

Tale dialogo è indispensabile, e se io dovessi riassumere il mio punto di vista, direi così: una Chiesa che pretendesse di disinteressarsi delle questioni temporali non assolverebbe fino in fondo alla propria vocazione; e un presidente della République che pretendesse di disinteressarsi della Chiesa e dei cattolici verrebbe meno al proprio dovere.

L’esempio del colonnello Beltrame mediante il quale, Monsignore, lei ha appena concluso il suo intervento, illustra tale punto di vista in una maniera che mi pare luminosa.

Molti, da quel tragico 23 marzo, hanno cercato di dare un nome alla sorgente segreta del suo gesto eroico.

Alcuni vi hanno visto l’accettazione del sacrificio ancorata nella sua vocazione militare. Altri vi hanno visto la manifestazione di una fedeltà repubblicana nutrita dal suo percorso massonico. Altri, infine, e in particolare la sua sposa, hanno interpretato il suo atto come la traduzione della sua fede cattolica ardente, pronta alla prova suprema della morte.

Queste dimensioni, in realtà, sono talmente intrecciate che è impossibile sbrogliarle, anzi è anche inutile, perché questa condotta eroica è la verità di un uomo in tutta la sua complessità che si è consegnata e manifestata.

Ma in questo Paese di Francia, che mal gestisce la propria diffidenza riguardo alle religioni, non ho inteso una sola voce levarsi per contestare questa evidenza, incisa nel cuore del nostro immaginario collettivo, e cioè: quando viene l’ora della più grande intensità, quando la prova comanda di raccogliere tutte le risorse che si hanno in sé al servizio della Francia, la parte del cittadino e la parte del cattolico bruciano, nel vero credente, di una medesima fiamma.

Io sono convinto che i legami più indistruttibili tra la nazione francese e il cattolicesimo si siano forgiati in questi momenti ove s’è verificato il valore reale degli uomini e delle donne. Non c’è bisogno di risalire ai costruttori di cattedrali e a Giovanna d’Arco: la storia recente ci offre mille esempî – dalla Sacra Unione del 1914 fino alla Resistenza degli anni ’40, dai Giusti ai rifondatori della République, dai Padri dell’Europa agli inventori del sindacalismo moderno, dalla gravità eminentemente degna che seguì l’assassinio di padre Hamel alla morte del colonnello Beltrame. Sì, la Francia è stata fortificata dall’impegno dei cattolici.

Dicendo questo, non sono confuso e non mi contraddico. Se i cattolici hanno voluto servire e rendere grande la Francia, se hanno accettato di morire, ciò non è stato solo in nome di ideali umanistici. Ciò non è stato solamente in nome di una morale giudeo-cristiana secolarizzata. Ciò è stato perché erano portati dalla loro fede in Dio e dalla loro pratica religiosa.

Alcuni potranno considerare che tali affermazioni vadano ad incrinare la laicità. Ma dopotutto, anche noi contiamo martiri ed eroi di ogni confessione e la nostra storia recente ce l’ha mostrato ancora – vi sono stati anche degli atei che hanno trovato nel fondo della loro morale le risorse per un sacrificio completo. Riconoscere gli uni non significa sminuire gli altri, e io penso che la laicità non abbia certo per fine la negazione dello spirituale in nome del temporale, né sradicare dalle nostre società la parte sacra che nutre tanti nostri concittadini.

Come capo dello Stato, io sono garante della libertà di credere e di non credere, ma non sono né l’inventore né il promotore di una religione di Stato che sostituisca alla trascendenza divina un credo repubblicano. Chiudere volontariamente gli occhi sulla dimensione spirituale che i cattolici investono nella loro vita morale, intellettuale, famigliare, professionale, sociale, significherebbe condannarmi a non avere se non una vista parziale della Francia; sarebbe misconoscere il Paese, la sua storia, i suoi cittadini; e affettando indifferenza io derogherei alla mia missione.

E questa stessa indifferenza io non ce l’ho neppure per tutte le confessioni che oggi popolano il nostro Paese.

* * *

Proprio perché non sono indifferente, percepisco quanto il cammino che lo Stato e la Chiesa condividono da così tanto tempo sia oggi disseminato di malintesi e di reciproche diffidenze.

Non è certo la prima volta, nella nostra storia. È della natura della Chiesa l’interrogare costantemente il proprio rapporto con il politico*, con quell’esitazione perfettamente descritta da Marrou nella sua Teologia della storia, e la storia di Francia ha visto succedersi momenti in cui la Chiesa si installava nel cuore della città e momenti in cui si accampava extra mœnia.

Ma oggi, in questo momento di grande fragilità sociale, quando lo stesso tessuto della nazione minaccia di sbrindellarsi, io considero mia responsabilità non lasciar erodere la fiducia dei cattolici riguardo alla politica – e ai politici. Io non posso rassegnarmi a questo spopolamento. E non potrei lasciare che questa rovina si aggravi.

È tanto più vero che la situazione attuale è meno il frutto di una decisione della Chiesa che il risultato di molti anni durante i quali i politici hanno profondamente misconosciuto i cattolici di Francia.

Così da un lato una parte della classe politica ha senza dubbio cavalcato il legame coi cattolici, per delle ragioni sovente fin troppo evidentemente elettoraliste.

Così facendo, abbiamo ridotto i cattolici a quello strano animale che si chiama “l’elettorato cattolico”, e che in realtà è un ente sociologico. E ne abbiamo così fatto il letto di una visione comunitarista che contraddice la diversità e la vitalità della Chiesa in Francia, ma pure l’aspirazione del cattolicesimo all’universale – come indica il suo nome – a profitto di una riduzione categoriale abbastanza mediocre.

Dall’altro lato, abbiamo trovato tutte le ragioni per non ascoltare i cattolici, relegandoli per diffidenza acquisita e per calcolo al rango di minoranza militante in senso contrario all’unanimità repubblicana.

Per ragioni che sono insieme biografiche, personali e intellettuali, io ho un’idea più alta, dei cattolici. E non mi sembra né sano né buono che il politico1 si sia ingegnato con tanta determinazione sia a strumentalizzarli sia a ignorarli, mentre è di un dialogo e di una cooperazione di tutt’altro calibro, di un contributo di tutt’altro peso alla comprensione del nostro tempo e all’azione, ciò di cui abbiamo bisogno per far sì che le cose evolvano nella direzione giusta.

Questo è quanto la sua bella allocuzione ha mostrato, Monsignore. Le preoccupazioni che ha appena sollevato – e proverò a rispondere o a gettare un lume provvisorio su alcune di esse – tali preoccupazioni non sono i fantasmi di alcuni. Le questioni che sono le vostre non si limitano agli interessi di una comunità ristretta. Sono questioni per tutti noi, per tutta la nazione, per la nostra umanità tutta intera.

Questo interrogarsi interessa tutta la Francia non perché è specificamente cattolico, ma perché esso riposa su un’idea dell’uomo, del suo destino, della sua vocazione, che sta al cuore del nostro divenire prossimo. Perché esso intende offrire un senso e dei punti di riferimento a ciò che troppo spesso ne manca.

Ed è perché intendo rendere giustizia a questi interrogativi che sono qui stasera. E per domandarvi solennemente di non sentirvi ai margini della République, ma di ritrovare il gusto e il sapido senso del ruolo che avete sempre ricoperto.

So che s’è dibattuto delle radici cristiane d’Europa come del sesso degli angeli. E che questa definizione è stata scartata dai parlamentari europei. Ma dopotutto, l’evidenza storica passa talvolta dai simboli. E soprattutto, non sono le radici a importarci, perché esse possono pure essere morte. Ciò che importa è la linfa. E io sono convinto che la linfa cattolica debba contribuire ancora e sempre a far vivere la nostra nazione.

È per tentare di capire questo che sono qui stasera. Per dirvi che la République si aspetta molto da voi. Essa si aspetta nella fattispecie, se me lo permettete, che voi le facciate tre doni:

il dono della vostra sapienza;

il dono del vostro impegno;

e il dono della vostra libertà.

* * *

L’urgenza della nostra politica contemporanea è di ritrovare il suo radicamento nella questione dell’uomo o – per dirla con Mounier – della persona.

Noi non possiamo più, in questo mondo che va come va, essere soddisfatti di un progresso economico o scientifico che non si interroghi sul suo impatto sull’umanità e sul mondo. È quanto sono andato a dire alla tribuna delle Nazioni Unite a New York, ma anche a Davos o ancora al Collège de France qualche giorno fa, quando ho parlato di intelligenza artificiale: abbiamo bisogno di dare un fine alla nostra azione, e questo fine è l’uomo.

Ora, non è possibile avanzare su questa strada senza incrociare il cammino del cattolicesimo, che da secoli pazientemente cesella tale interrogarsi. E lo cesella nel suo proprio interrogarsi, in un dialogo con le altre religioni. Un interrogarsi che gli dà la forma di un’architettura, di una pittura, di una filosofia, di una letteratura, che tentino – tutte, in mille maniere – di esprimere la natura umana e il senso della vita. «Venerabile perché ha ben conosciuto l’uomo», dice Pascal riguardo alla religione cristiana. E certo, altre religioni, altre filosofie hanno incrociato il mistero dell’uomo. Ma la secolarizzazione non potrebbe eliminare la lunga tradizione cristiana.

Al cuore di questa domanda sul senso della vita, sul posto che riserviamo alla persona, sul modo in cui noi le conferiamo la sua dignità, lei ha collocato due argomenti del nostro tempo, Monsignore: la bioetica e i migranti.

Lei ha così stabilito un legame intimo tra due argomenti che la politica e la morale ordinarie avrebbero volentieri trattato a parte. Lei considera che sia nostro dovere il proteggere la vita, in particolare quando questa vita sia indifesa. Tra la vita del bambino che deve nascere, quella dell’essere giunto sulle soglie della morte o quella del rifugiato che ha perduto tutto, lei vede questo tratto comune della spoliazione, della nudità e dell’assoluta vulnerabilità. Questi esseri sono esposti. Essi attendono tutto dall’altro, dalla mano che si tende, dalla benevolenza che si prenderà cura di loro. Questi due argomenti mobilitano la nostra parte più umana e la concezione stessa che abbiamo dell’umano. E tale coerenza s’impone a tutti.

Allora ho sentito, Monsignore, Signore e Signori, le inquietudini che salgono dal mondo cattolico. E voglio qui tentare di rispondere, o in ogni caso di apportare la nostra parte di verità e di convinzione.

Sui migranti, ci si rimprovera talvolta di non accogliere con sufficiente generosità e dolcezza. Di lasciare che nei centri di detenzione prendano piede casi preoccupanti o di respingere i minori isolati. Ci si accusa anche di lasciar prosperare violenze poliziesche.

Però a dire il vero… che cosa stiamo facendo? Tentiamo con urgenza di mettere un termine a situazioni che abbiamo talvolta ereditato e che si sviluppano a causa dell’assenza di regole, o della loro cattiva applicazione, o della loro cattiva qualità – e penso qui ai ritardi nei trattamenti amministrativi, ma anche alle condizioni di rilascio del titolo di rifugiati.

Il nostro lavoro, quello che ogni giorno espleta il ministro di Stato, è di uscire dall’incertezza giuridica delle persone che vi si perdono e che sperano invano, che tentano di ricostruire qualcosa qui, dopo essere stati espulsi, mentre altri che potrebbero vivere la loro vita da noi soffrono condizioni d’accoglienza degradate in centri straripanti.

È la conciliazione del diritto e dell’umanità che tentiamo. Papa Francesco ha dato un nome a codesto equilibrio, lo ha chiamato “prudenza”, facendo di tale virtù aristotelica quella del governatore, confrontata naturalmente alla necessità umana di accogliere ma pure a quelle politica e giuridica di ospitare e di integrare. È il punto di ricaduta di quest’umanesimo realista che ho fissato.

Ci saranno sempre situazioni difficili, ci saranno talvolta situazioni inaccettabili e bisognerà, ogni volta, insieme, fare di tutto per risolverle. Ma non dimentico neppure che portiamo pure la responsabilità di territori sovente difficili in cui i rifugiati arrivano. Sappiamo che i flussi di nuove popolazioni gettano la popolazione locale nell’incertezza, la spinge verso opzioni politiche estreme, scatena sovente un ripiego che ha qualcosa del riflesso di protezione. Vede la luce una forma di angoscia quotidiana che alimenta una guerra tra poveri.

La nostra esigenza sta appunto in una tensione etica permanente fra questi principî. Quello di un umanesimo che è il nostro e di non risparmiare alcunché – in particolare per proteggere i rifugiati. È nostro dovere morale ed è scritto nella nostra Costituzione. Impegnarci chiaramente perché l’ordine repubblicano sia mantenuto e perché questa protezione dei più deboli non significhi però l’anomia e l’assenza di discernimento, perché ci sono anche delle leggi che occorrerà far valere. E perché si trovino dei posti – come si diceva poco fa riguardo ai centri d’accoglienza o nelle situazioni più difficili – bisogna accettare che, facendoci carico della nostra parte di miseria, non possiamo accollarcela tutta intera e senza distinzione fra situazioni. E dobbiamo anche mantenere la coesione nazionale del nostro Paese, nel quale talvolta alcuni non parlano più di questa generosità che stasera evochiamo, ma non vogliono vedere che il lato spaventoso dell’altro. E nutrono questo gesto per far progredire il loro progetto.

È proprio perché dobbiamo mantenere questi principî talvolta contraddittori in una tensione costante che ho voluto che portassimo questo umanesimo realista e che lo assumo pienamente davanti a voi.

Lì dove abbiamo bisogno della vostra sapienza, è anzitutto per tenere questo discorso di umanesimo realista. È per condurre all’impegno di quelle e di quelli che potranno aiutarci, ed è per evitare i discorsi disfattisti, l’avanzata delle paure che continueranno a nutrirsi di questa parte di noi, perché i flussi massivi di cui lei ha parlato e di cui ora io parlo non si estingueranno dall’oggi al domani. Essi sono il frutto di grandi squilibri nel mondo, e che si tratti di conflitti politici, che si tratti di miseria economica e sociale o di sfide climatiche, essi continueranno ad alimentare negli anni e nei decenni a venire grandi migrazioni con le quali noi saremo messi a confronto. E bisognerà che continuiamo a tenere saldamente il punto. Che tentiamo costantemente di tenere i nostri principî nel reale. E in questa materia io non cederò alle scorciatoie né degli uni né degli altri. Sarebbe venir meno alla mia missione.

* * *

Sulla bioetica siamo talvolta sospettati di avere un’agenda segreta. Di conoscere in anticipo i risultati di un dibattito che aprirà nuove possibilità nella procreazione assistita, aprendo la porta a pratiche che irresistibilmente s’imporranno a seguire, come la Gestazione Per Altri. E alcuni si dicono che l’introduzione in questi dibattiti di rappresentanti della Chiesa cattolica, come dell’insieme dei rappresentanti dei culti, come fin dall’inizio del mio mandato mi sono impegnato a fare, è uno specchietto per le allodole, destinato a diluire la parola della Chiesa o a prenderla in ostaggio.

Voi lo sapete, ho deciso che il parere del Consiglio consultivo nazionale di Etica (CCNE), Signor Presidente, non fosse sufficiente e che bisognasse arricchirlo col parere di responsabili religiosi. E ho auspicato pure che tale lavoro sulle leggi bioetiche, che il nostro diritto c’impone di rivedere, possa essere corroborato da un dibattito organizzato dal CCNE ma in cui tutte le famiglie – filosofica, religiosa, politica – e la nostra società avessero a esprimersi in maniera piena e intera. Ciò perché sono convinto che non siamo di fronte a un problema semplice che possa essere squadrato da una sola legge. Siamo bensì di fronte a dibattiti morali ed etici profondi, che toccano il più intimo di ciascuno fra noi.

Ascolto la Chiesa quando si mostra rigorosa sulle fondazioni umane di ogni evoluzione etica. Ascolto la vostra voce quando essa c’invita a non ridurre all’agire tecnico di cui lei ha perfettamente mostrato i limiti. Ascolto il posto essenziale che nella società voi date alla famiglia… alle famiglie, oserei dire. Ascolto anche questa cura di saper coniugare la filiazione con i progetti che i genitori possono avere per i loro bambini.

Siamo quindi confrontati a una società in cui le forme della famiglia evolvono radicalmente, in cui lo statuto del bambino si trova talvolta ingarbugliato. E i nostri concittadini sognano di fondare cellule famigliari. Ora, oggigiorno i nostri concittadini sognano di fondare cellule famigliari di modello tradizionale a partire da schemi famigliari che lo sono di meno. Ascolto le rivendicazioni che formulano le istanze cattoliche, le associazioni cattoliche, ma anche lì, alcuni principî enunciati dalla Chiesa vengono a confrontarsi con realtà contraddittorie e complesse, che attraversano gli stessi cattolici.

Tutti i giorni, tutti i giorni, le medesime associazioni cattoliche e i preti accompagnano famiglie monoparentali, famiglie divorziate, famiglie omosessuali, famiglie che ricorrono all’aborto, alla fecondazione in vitro, alla PMA, famiglie che si confrontano con lo stato vegetativo di un loro membro, famiglie in cui uno crede e l’altro no, infliggendo nella famiglia lo strappo di scelte spirituali e morali. E questo – lo so – è pure il vostro quotidiano.

La Chiesa accompagna infaticabilmente queste situazioni delicate e tenta di conciliare i propri principî e il reale. Ecco perché non sto dicendo che l’esperienza del reale disfaccia o invalidi le posizioni adottate dalla Chiesa.

Dico semplicemente che anche lì bisogna trovare il limite. Perché la società è aperta a tutti i possibili, ma la manipolazione e la fabbricazione del vivente non possono estendersi all’infinito senza rimettere in causa l’idea stessa dell’uomo e della vita. Così, il politico* e la Chiesa condividono questa missione di mettere le mani nella melma del reale, di confrontarsi tutti i giorni perché il temporale – oso dirlo – sia sempre più temporale.

E ciò risulta sovente duro, complicato, esigente e imperfetto. E le soluzioni non vengono da sé. Esse nascono dall’articolazione tra il reale e un pensiero, un sistema di valore, una concezione del mondo. Esse sono, molto spesso, la scelta del male minore, sempre precaria. E anche questo è esigente, e difficile.

Ecco perché ascoltando la Chiesa su questi argomenti non facciamo spallucce. Ascoltiamo una voce che trae la sua forza dal reale e la sua chiarezza da un pensiero in cui la ragione dialoga con una concezione trascendente dell’uomo. Noi ascoltiamo con interesse, con rispetto, e possiamo perfino far nostri molti dei suoi punti. Ma questa voce della Chiesa, nel profondo voi e io lo sappiamo, non può essere ingiuntiva. Perché essa è fatta dell’umiltà di quanti impastano il temporale. Essa non può quindi che essere interrogativa. E su tutti questi argomenti, in particolare sui due temi che ho appena evocato – poiché si costruiscono in profondità in tali tensioni etiche tra i nostri principî – talvolta i nostri ideali e il reale ci riportano all’umiltà profonda della nostra condizione.

Lo Stato e la Chiesa appartengono a due ordini istituzionali differenti, che non esercitano il loro mandato sul medesimo piano. Ma tutti e due esercitano un’autorità e perfino una giurisdizione. Così, ciascuno di noi ha forgiato le nostre certezze e noi abbiamo il dovere di formularle chiaramente, per stabilire delle regole – perché è il nostro dovere di Stato. Anche il cammino che condividiamo potrebbe ridursi a non essere se non il commercio delle nostre certezze.

Ma noi sappiamo pure – voi come noi – che il nostro compito va al di là. Noi sappiamo che esso riguarda il far vivere il soffio di ciò che serviamo, di farne crescere la fiamma, anche se è difficile e soprattutto se è difficile. Noi dobbiamo costantemente sottrarci alla tentazione di agire da semplici funzionari di ciò che ci è stato affidato.

Ed è per questo che il nostro scambio deve fondarsi non sulla solidità di certe certezze, ma sulla fragilità di ciò che ci interroga, e che talvolta ci lascia smarriti. Noi dobbiamo osare di fondare la nostra relazione sulla condivisione delle incertezze. Vale a dire sulla condivisione delle domande, e in particolare delle domande dell’uomo.

Ecco dove il nostro scambio è sempre stato più fecondo: nella crisi, di fronte all’incognito, di fronte al rischio, nella coscienza condivisa del passo da muovere, della scommessa da tentare. Ed ecco dove la nostra nazione s’è più spesso magnificata della sapienza della Chiesa, perché ecco sono secoli e millenni che la Chiesa tenta le proprie scommesse e osa il proprio rischio. È così che essa ha arricchito la nazione.

E questa – se voi mi autorizzate – la parte cattolica della Francia. È questa parte che nell’orizzonte secolare instilla comunque la questione inquieta della salvezza, che ciascuno – sia credente o non credente – interpreterà a modo suo, ma di cui ciascuno presente ch’essa mette in gioco tutta intera la sua vita, il senso di questa vita, la portata che le si conferisce e la traccia che lascerà.

Quest’orizzonte della salvezza è totalmente scomparso dall’ordinario delle società contemporanee, certo, ma è sbagliato e vediamo da molti segni che esso dimora inevaso. Ciascuno ha la propria maniera di nominarlo, di trasformarlo, di portarlo. Si tratta però della questione del senso e dell’assoluto nelle nostre società. Che l’incertezza della salvezza apporti a tutte le vite, anche le più risolutamente materiali, come un terremoto (nel senso figurato del termine, naturalmente). Paul Ricœur, se mi autorizzate a citarlo stasera, ha trovato le parole giuste in una conferenza pronunciata ad Amiens nel 1967: «Mantenere una meta lontana per gli uomini; chiamiamolo un ideale, in un senso morale; e una speranza, in un senso religioso».

Quella sera, davanti a un pubblico in cui alcuni avevano la fede e altri no, Paul Ricœur invitava il proprio uditorio a superare ciò che chiamava «la prospettiva senza prospettiva» con questa formula che, non ho dubbi, ci raccoglierà tutti, qui, stasera: «Mirare più in alto, domandare di più. Questo è la speranza: si attende sempre più di quanto sia effettuabile».

Così, la Chiesa non è ai miei occhi quest’istanza di guardiana dei buoni costumi, che troppo spesso ne diventa caricatura. Essa è questa fonte d’incertezza che percorre ogni vita, e che fa del dialogo, della questione, della ricerca, il cuore stesso del senso, anche per quelli che non credono. Ecco perché il primo dono che vi chiedo è quello dell’umiltà del domandare, il dono di questa sapienza che trova il proprio radicamento nella questione dell’uomo e dunque nelle questioni che l’uomo si pone. Perché è questa, è la Chiesa nel suo splendore, che dice: «Bussate e vi sarà aperto», che si pone come risorsa e voce amica in un mondo in cui il dubbio, l’incertezza, la mutabilità sono di regola, dove il senso sfugge sempre e sempre si riconquista. È una Chiesa da cui non mi aspetto lezioni, ma piuttosto questa sapienza d’umiltà in particolare di fronte ai due argomenti che avete voluto evocare, e che per tutta risposta ho appena disquisito. Perché noi non possiamo che avere un orizzonte comune, e cercando ogni giorno di fare del nostro meglio, di accettare in fondo la parte di inquietudine irriducibile che accompagna la nostra azione.

* * *

Porre domande non è però rifiutarsi di agire. Al contrario, significa tentare di rendere l’azione conforme a principî che la precedono e che la fondano. Ed è questa coerenza tra pensiero e azione a fare la forza dell’impegno che la Francia si aspetta da voi. Questo il secondo dono di cui volevo parlarvi.

Ciò che schiaccia il nostro Paese – ho già avuto occasione di dirlo – non è solamente la crisi economica. È il relativismo. È anche il nichilismo. È tutto quanto lascia pensare che “non ne vale la pena”. Non vale la pena di imparare. Non vale la pena di lavorare. E soprattutto non vale la pena di tendere la mano, e di impegnarsi al servizio di qualcosa di più grande di sé.

Il sistema ha progressivamente rinchiuso i nostri cittadini nel menefreghismo, non rimunerando più veramente il lavoro, o addirittura scoraggiando l’iniziativa in sé, proteggendo male i più fragili, mettendo da parte i più sfavoriti e considerando che l’era postmoderna nella quale eravamo arrivati era l’era del grande dubbio, che permetteva di rinunciare ad ogni assoluto.

È in tale contesto di decrescita di solidarietà e speranza che i cattolici si sono massivamente rivolti all’azione associativa. All’impegno.

Oggi voi siete una componente maggiore di questa parte della nazione che ha deciso di occuparsi dell’altra parte: proprio ora ne abbiamo visto testimonianze molto commoventi. Quelle dei malati, degli isolati, dei declassati, dei vulnerabili, degli abbandonati, degli handicappati, dei prigionieri, quali che siano le loro appartenenze etniche o religiose. […] I francesi non misurano sempre questa mutazione dell’impegno cattolico. Voi siete passati dalle attività dei lavori sociali a quelle dei militanti associativi tendendovi presso la parte fragile del nostro Paese, che le associazioni in cui i cattolici s’impegnano siano o meno esplicitamente cattoliche, come i Restos du Cœur.

Io temo che i politici si siano troppo lungamente comportati come se questo fosse un dato scontato. Come se fosse normale. Come se il sollievo apportato dai cattolici (e da tanti altri) alla sofferenza sociale sdoganasse una certa impotenza pubblica.

Vorrei salutare con infinito rispetto tutte quelle e tutti quelli che hanno fatto questa scelta senza far conto del tempo e delle risorse. E permettetemi anche di salutare tutti i preti e i religiosi che di questo impegno hanno fatto la loro vita, e che ogni giorno nelle parrocchie francesi accolgono, scambiano, aprono e si fanno vicini alle tristezze e alle infelicità, o condividono la gioia delle famiglie negli eventi lieti. Tra loro si trovano anche le infermiere militari o nelle nostre prigioni, e saluto qui il loro rappresentante. Anche loro sono persone impegnate. E permettetemi di associare pure, così facendo, tutte le persone impegnate delle altre religioni, i cui rappresentanti sono più presenti e che condividono questa comunità d’impegno con voi.

Questo impegno è vitale per la Francia. E oltre gli appelli, le ingiunzioni, le interrogazioni che ci rivolgete per dirci di fare di più, di fare meglio – lo so, tutti lo sappiamo, che il lavoro da voi compiuto non è un diversivo, ma una parte del cimento stesso della nostra coesione nazionale.

Il dono dell’impegno non è solamente vitale: è esemplare.

Ma sono venuto per chiamarvi a fare ancora di più.

Perché – non è un mistero – l’energia consacrata a questo impegno associativo è stato anche largamente sottratto all’impegno politico.

Ora, io credo che la politica – per quanto abbia potuto essere deludente agli occhi di alcuni, o arida agli occhi di altri – abbia bisogno dell’energia delle persone impegnate, della vostra energia. Essa ha bisogno dell’energia di quanti danno del senso all’azione e mettono nel proprio cuore una forma di speranza.

Più che mai l’azione politica ha bisogno di ciò che la filosofa Simone Weil chiamava l’effettività. Vale a dire quella capacità di far esistere nel reale i principî fondamentali che strutturano la vita morale, intellettuale e, nel caso dei credenti, spirituale.

È quanto hanno apportato alla politica francese le grandi figure che furono il generale de Gaulle, Georges Bidault, Robert Schuman, Jacques Delors, o ancora le grandi coscienze francesi che hanno rischiarato l’azione politica, come Clavel, Mauriac, Lubac, Marrou… E non è una pratica teocratica, né una concezione religiosa del potere, ad aver visto la luce, bensì un’esigenza cristiana importata nel campo laico della politica.

Questo posto oggi deve essere occupato. Non perché la politica francese abbia bisogno della propria quota di cattolici, di protestanti, di ebrei o di musulmani, no; né perché non si potrebbero reclutare responsabili politici di qualità se non tra i ranghi di gente di fede, ma perché questa fiamma comune di cui parlavo poco fa a proposito di Arnaud Beltrame fa parte della nostra storia e di ciò che ha sempre guidato il nostro Paese. Il nascondimento o il collocamento di questa lampada sotto al moggio non è una buona notizia.

Ecco perché, dal mio punto di vista – un punto di vista da Capo di Stato, un punto di vista laico – io devo avere pensierosa cura che quanti lavorano nel cuore della società francese, quanti s’impegnano per curare le sue ferite e consolare i suoi malati, abbiano anche una voce sulla scena politica. Sulla scena politica nazionale come sulla scena politica europea. È a questo che voglio chiamarvi stasera: ad impegnarvi politicamente, nel nostro dibattito nazionale e nel nostro dibattito europeo. Perché la vostra fede è una parte dell’impegno di cui questo dibattito ha bisogno. E perché, storicamente, l’avete sempre nutrito.

Giacché l’effettività implica di non disconnettere l’azione individuale dall’azione politica e pubblica.

A tal proposito, mi corre l’obbligo di richiamare la perfetta chiarezza del testo proposto dalla Conferenza dei Vescovi nel novembre 2016, in vista dell’elezione presidenziale. Recava il titolo: «Ritrovare il senso del politico».

Avevo fondato En Marche ! qualche mese prima e – senza voler intavolare ora una questione di diritti d’autore, Monsignore – ho letto queste frasi la cui consonanza con ciò che ha guidato il mio impegno mi colpì. Vi si trova scritto che… cito:

Noi non possiamo lasciare che il nostro Paese rischi di veder seriamente deteriorato ciò su cui si fonda, con tutte le conseguenze che una società divisa può conoscere. È a un lavoro di rifondazione che ci tocca, tutti insieme, porre mano.

Ricerca di senso, di nuove solidità, ma anche speranza nell’Europa: questo documento enumera tutto ciò che può portare un cittadino a impegnarsi, e si rivolge al cattolico legando con semplicità la fede all’impegno politico mediante questa formula, che cito:

Il pericolo sarebbe quello di dimenticare ciò che ci ha costruiti, o all’inverso il sognare il ritorno a un’immaginaria età dell’oro, oppure aspirare a una Chiesa di puri e a una contro-cultura situata fuori dal mondo, in posizione sovrastante e di giudizio.

Dopo troppo tempo, il campo politico era divenuto un teatro di ombre. E ancora oggi la narrazione politica si rifà troppo spesso agli schemi più triti e più riduttivi, come se ignorasse il soffio della Storia e ciò che il ritorno del tragico nel nostro mondo contemporaneo esige da noi.

Da parte mia, io penso che possiamo costruire una politica effettiva, una politica che sfugga al cinismo ordinario per imprimere nel reale quello che deve essere il primo pensiero del politico, e intendo la dignità dell’uomo.

Io credo in un impegno politico che serva questa dignità. Che la ricostruisca dov’è stata calpestata. Che la preservi dov’è minacciata. Che ne faccia il vero tesoro di ogni cittadino.

Io credo nell’impegno politico che permette di restaurare la prima tra le dignità, quella di vivere del proprio lavoro. Io credo in questo impegno politico, che permette di risollevare la dignità più fondamentale, quella dei più fragili. Quella che giustamente non si risolve in alcuna fatalità sociale – e voi ne siete stati degli esempi magnifici tutti e sei, proprio ora – e che ritiene che fare opera d’impegno politico sia anche mutare le pratiche lì dove si è della società, nonché il proprio sguardo.

Le sei voci che abbiamo ascoltato all’inizio di questa serata sono sei voci d’impegno, che ha in sé una forma di impegno politico, il quale non vuole se non proseguire questo cammino per trovare anche altri sbocchi, ma in cui ogni volta ho voluto leggere il rifiuto di un fatalismo, una volontà di occuparsi dell’altro e soprattutto la volontà, per la ragione già detta, di una conversione di sguardi.

È questo l’impegno in una società. È investire tempo, energie, è considerare che la società non è un corpo morto che non sarebbe modificabile da politiche pubbliche o da testi, e che non sarebbe sottomessa se non alla fatalità dei tempi; è che tutto può essere cambiato, se si decide di impegnarsi, di fare e, mediante la propria azione, di cambiare il proprio sguardo attraverso la propria azione di offrire una possibilità all’altro, ma anche di rivelare a noi stessi che l’altro ci trasforma.

Oggi si parla molto di incisività. Non è una parola carina e io non sono sicuro che sia sempre compresa da tutte e da tutti. Però vuol dire questo. Ciò che noi tentiamo di fare sull’autismo, sull’handicap, ciò che io voglio che continuiamo a fare per restaurare la dignità dei nostri prigionieri. Ciò che voglio che proseguiamo per la dignità dei più fragili nelle nostre società è semplicemente considerare che c’è sempre un altro, in un dato momento per il quale egli può fare qualcosa o nulla, e che questo altro ha qualcosa da apportare alla società.

Andate in una scuola o a un asilo – noi ci siamo stati qualche giorno fa, dove avevano collocati dei piccoli bambini con problemi di autismo – e vedrete che cosa apportano agli altri bambini. E glie lo dico, Signore, non pensi semplicemente che noi vi aiutiamo: noi abbiamo visto, prima, nell’emozione di suo fratello, tutto quanto lei gli ha apportato e che nessun altro avrebbe potuto apportargli. Questa conversione dello sguardo la rende possibile solo l’impegno. E al cuore di detto impegno, una indignazione profonda, umanistica, etica. La nostra società politica ne ha bisogno.

E questo impegno che voi portate, io ne ho bisogno per il nostro Paese come ne ho bisogno per la nostra Europa. Perché il nostro rischio principale, oggi, è l’anomia, è l’atonia, è l’assopimento. Abbiamo troppi concittadini che pensano che ciò che è stato acquisito sia diventato naturale; che dimenticano le grandi oscillazioni a cui la nostra società e il nostro continente sono oggi sottomessi. Vogliono pensare che ciò non sia mai stato, dimenticando che la nostra Europa non vive che al principio di una parentesi dorata che non conta più di 70 anni di pace, ma che di per sé è stata sempre dilaniata da guerre. Troppi nostri concittadini pensano che la fraternità di cui si parla sia una questione di denaro pubblico e di politica pubblica, e che non ci sarebbe una loro parte indispensabile in tutte le battaglie che sono al cuore dell’impegno politico contemporaneo. I parlamentari qui presenti le portano nella loro parte di verità, che si tratti di lottare contro il riscaldamento climatico, di lottare per un’Europa che protegga e che riveda le proprie ambizioni in vista di una società più giusta, ma non saranno possibili se a tutti i livelli della società non saranno accompagnati da un impegno politico profondo, un impegno politico al quale io chiamo i cattolici, per il nostro Paese e per la nostra Europa.

Il dono dell’impegno che vi domando è questo: non restate sulla soglia. Non rinunciate alla Républiqueche tanto fortemente avete contribuito a forgiare. Non rinunciate a questa Europa, di cui voi avete nutrito il senso. Non lasciate in malora le terre che voi avete seminato. Non sottraete alla République la preziosa rettitudine  che tanti anonimi fedeli apportano con la loro vita di cittadini.

Al cuore di quest’impegno, di cui il nostro Paese ha bisogno, c’è la parte d’indignazione e di fiducia nell’avvenire che voi potete apportare.

Tuttavia, per rassicurarvi, non è un arruolamento che sono venuto a proporvi. E sono anzi venuto a domandarvi un terzo dono che voi potete fare alla nazione, ed è precisamente quello della vostra libertà.

* * *

Condividere il cammino non significa sempre marciare col medesimo passo.

Mi ricordo di quel bel testo in cui Emmanuel Mounier spiega che la Chiesa, in politica, è sempre stata al contempo all’avanguardia e in ritardo. Mai esattamente contemporanea. Mai completamente del suo tempo. Questo fa digrignare i denti a qualcuno…

Ma bisogna accettare tale tempo sfalsato. Bisogna accettare che non tutto, nel nostro mondo, segua il medesimo ritmo. E la prima libertà di cui la Chiesa può fare dono è quella di essere intempestiva. Alcuni la trovano reazionaria. Altri, su altri argomenti, perfino troppo audace. Io credo semplicemente che essa debba essere uno di quei punti fissi di cui la nostra umanità ha bisogno tra i marosi di questo mondo divenuto oscillante. Uno di quei punti di riferimento che non cedono agli umori dei tempi.

Ecco perché, Monsignore, Signore e Signori, ci toccherà procedere passo passo col vostro lato intempestivo e con la necessità, che io avrò, di stare nel tempo del Paese. Ed è questo squilibrio costante che ci farà camminare insieme.

«La vita attiva – diceva Gregorio – è servizio, la vita contemplativa è libertà»: mentre ricordo l’importanza di questa parte intempestiva e del punto fisso che voi potete rappresentare, stasera vorrei avere un pensiero per tutte quelle e tutti quelli che si sono impegnati in una vita reclusa, o una vita comunitaria, una vita di preghiera e di lavoro. Anche se ad alcuni essa sembra fuori tempo, questo tipo di vita è pure l’esercizio di una libertà. Essa dimostra che il tempo della Chiesa non è quello del mondo, e certamente non è quello della politica così come va oggi – anche questo è un bene.

Ciò che mi aspetto che la Chiesa ci offra è anche la propria libertà di parola. Abbiamo parlato di allerta lanciati dalle associazioni o dall’episcopato. Penso anche agli ammonimenti del Papa, che trova nell’adesione costante al reale di che richiamare le esigenze della condizione umana. Questa libertà di parola, in un’epoca in cui i diritti fioriscono, presenta sovente la particolarità di richiamare ai doveri dell’uomo. Verso sé stesso, verso il prossimo o verso il nostro pianeta.

La semplice menzione dei doveri che ci si impongono è talvolta irritante. Questa voce che sa dire cosa seccanti i nostri concittadini l’ascoltano, anche se sono lontani dalla Chiesa. È una voce che non è priva di quell’ironia «talvolta tenera, talvolta gelida» di cui parlava Jean Grosjean nel suo commentario su Paolo. Una voce che come poche altre sa sovvertire le certezze ricacciandole nei propri ranghi.

Questa voce che si fa ora rivoluzionaria, ora conservatrice e spesso entrambe le cose insieme, come diceva Luca nei suoi Paradossi, è importante per la nostra società. Bisogna essere molto liberi per osare di essere paradossali, e bisogna essere paradossali per essere veramente liberi. È quanto ci ricordano i migliori scrittori cattolici, da Maurice Clave ad Alexis Jenni, da Georges Bernanos a Sylvie Germain, da Paul Claudel a François Sureau, da François Mauriac a Florence Delay, da Julien Green a Christiane Rancé.

In questa libertà di parola, di sguardo che è il loro, noi troviamo una parte di ciò che può rischiarare la nostra società. E in questa libertà di parola io relego la volontà della Chiesa di avviare, di condurre e di rafforzare il libero dialogo con l’islam, di cui il mondo ha tanto bisogno, e che lei ha evocato.

Perché non c’è comprensione dell’islam che non passi dal clero, come non c’è dialogo interreligioso senza religioni.

Questi luoghi lo testimoniano: il pluralismo religioso è un dato fondamentale del sonoro tempo. Mons. Lustiger ne aveva avuto forte l’intuizione quando volle far rivivere il Collège des Bernardins per accogliere tutti i dialoghi. La storia gli ha dato ragione. Non c’è cosa più urgente, oggi, che accrescere la mutua conoscenza fra i popoli, fra le culture, fra le religioni. E non c’è altra via, per questo, se non l’incontro: mediante la voce, ma anche mediante i libri e il lavoro condiviso – tutte cose di cui Benedetto XVI aveva raccontato il radicamento nel pensiero cistercense in occasione del suo passaggio qui, nel 2008.

Questa condivisione si esercita in piena libertà, ciascuno nei propri termini e sulle proprie basi. È il solco indispensabile del lavoro che lo Stato da parte sua deve condurre per pensare sempre di nuovo il posto delle religioni nella società e la relazione tra religioni, società e potere pubblico. E per questo, io conto molto su di voi, su tutti voi, per nutrire questo dialogo e radicarlo nella nostra storia comune, che ha le sue particolarità ma di cui la particolarità è di aver sempre attribuito alla nazione francese la capacità di pensare gli universali. Questa condivisione, questo lavoro, noi lo conduciamo risolutamente, dopo tanti di esitazione o di rinuncia. E i mesi a venire saranno decisivi, a tale riguardo.

Questa condivisione che intrattenete è tanto più importante in quanto i cristiani pagano con la loro vita l’attaccamento al pluralismo religioso. Penso ai cristiani d’Oriente. Il politico* condivide con la Chiesa la responsabilità di questi perseguitati. Perché non solamente abbiamo ereditato dalla storia il dovere di proteggerli, ma sappiamo che ovunque essi siano, essi sono l’emblema della tolleranza religiosa. Ci tengo a salutare l’ammirabile lavoro compiuto da movimenti come l’Œuvre d’Orient, Caritas France e la Comunità di Sant’Egidio per permettere l’accoglienza sul territorio nazionale delle famiglie rifugiate, e per soccorrerli sul campo col sostegno dello Stato.

Come dissi in occasione dell’inaugurazione della mostra Cristiani d’Oriente, all’Institut du Monde Arabe il 25 settembre scorso, l’avvenire di questa parte del mondo non si farà senza la partecipazione di tutte le minoranze, di tutte le religioni e in particolare dei Cristiani d’Oriente. Sacrificarli – come alcuni vorrebbero –, dimenticarli, significa rendere certo che nessuna stabilità, nessun progetto si costruirà durevolmente in quella regione.

E c’è infine un’ultima libertà di cui la Chiesa deve farci dono, è la libertà spirituale.

Perché noi non siamo fatti per un mondo che non sia attraversato se non per scopi materialistici. I nostri contemporanei hanno bisogno – lo credano o meno – di sentir parlare di un’altra prospettiva sull’uomo, che non sia quella semplicemente materiale. Hanno bisogno di estinguere un’altra sete, che è quella di assoluto. Non si tratta qui di conversione, ma di una voce che, insieme con delle altre, osi ancora parlare dell’uomo come di un vivente dotato di spirito. Che osi parlare d’altro che del temporale, ma senza abdicare alla ragione né al reale. Che osi andare nell’intensità di una speranza e che, talvolta, ci faccia toccare con mano quel mistero dell’umanità che si chiama la santità, di cui Papa Francesco dice, nell’esortazione pubblicata oggi, che è «il volto più bello della Chiesa».

Questa libertà è quella di essere voi stessi. Senza cercare di compiacere né di sedurre. Ma compiendo la vostra opera nella pienezza del suo senso. Nella regola che le è propria e che da sempre ci vale pensieri forti, una teologia umana, una Chiesa che sa guidare i più ferventi come i non battezzati, gli uomini saldi come quelli esclusi.

* * *

Una Chiesa trionfante tra gli uomini non dovrebbe temere di aver già compromesso tutta la propria elezione, avendo accettato un compromesso col mondo?

Questa domanda non è mia: sono parole di Jean-Luc Marion, che dovrebbero giungere come un balsamo alla Chiesa e ai cattolici nelle ore del dubbio sul posto dei cattolici in Francia, su quanto la Chiesa venga ascoltata, sulla considerazione che viene loro accordata. La Chiesa non è del mondo, assolutamente, e non deve esserlo. Noi che siamo alle prese col temporale lo sappiamo e non dobbiamo tentare di trascinarvela integralmente, non più di quanto dobbiamo fare con alcuna altra religione. Non è il nostro compito e non è il loro posto.

Ma questo non esclude la fiducia e non esclude il dialogo. Soprattutto, questo non esclude il mutuo riconoscimento delle nostre forze e delle nostre debolezze, delle nostre imperfezioni istituzionali e umane.

Perché viviamo in un’epoca in cui l’alleanza delle buone volontà è troppo preziosa per tollerare che esse perdano tempo a giudicarsi a vicenda. Dobbiamo ammettere una volta per tutte la scomodità di un dialogo che riposa sulla disparità delle nostre nature, ma anche ammettere la necessità di questo dialogo, perché operiamo – ciascuno nel nostro ordine proprio – per dei fini comuni, che sono la dignità e il senso.

Certo, le istituzioni politiche non hanno le promesse dell’eternità; ma la Chiesa stessa non può correre il rischio di estirpare anzitempo il grano e la zizzania. E in questo punto mediano in cui ci troviamo, in cui abbiamo ricevuto il carico dell’eredità dell’uomo e del mondo, sì, se sappiamo giudicare le cose con esattezza, potremo compiere grandi cose insieme.

Forse questo significa assegnare alla Chiesa di Francia una responsabilità esorbitante, ma essa è commisurata alla nostra storia, e il nostro incontro di stasera attesta, penso, che voi siete pronti per questo.

Monsignore, Signore e Signori, in ogni caso sappiate che anche io sono pronto.

Vi ringrazio.

[traduzione a cura © di Giovanni Marcotullio]